“Era solo uno scherzo”: quando l’umorismo diventa violenza (e bullismo velato)

La frase “era solo uno scherzo” è spesso usata come scudo: trasforma un atto che ha prodotto disagio in un malinteso e sposta la responsabilità su chi lo subisce (“sei permaloso”). In psicologia sociale e clinica, questo meccanismo è noto: riduce la percezione di danno, normalizza la condotta e rende più difficile nominare ciò che sta accadendo.
Per capire quando uno “scherzo” è innocuo e quando è una forma di violenza, serve cambiare prospettiva: non chiederti “era intenzionale?”, ma che effetti ha prodotto e quale dinamica ha creato.
Uno scherzo giocoso ha di solito tre caratteristiche:
- è reciproco (chi scherza accetta di essere oggetto di scherzo),
- mantiene pari dignità,
- si interrompe subito quando l’altra persona mostra disagio.
Quando invece lo scherzo diventa aggressione compaiono segnali diversi: umiliazione pubblica, isolamento, ridicolizzazione, allusioni su corpo/sessualità, “roast” insistente, soprannomi denigratori, clip condivise senza consenso.
In ambito scolastico, il bullismo viene definito come comportamento aggressivo indesiderato, con squilibrio di potere, e ripetuto o con alta probabilità di ripetersi nel tempo.
Quindi: non è necessario che ci sia un pugno. Basta una dinamica stabile in cui una persona (o un gruppo) “può” e l’altra “subisce”.
Il Bullismo velato comprende forme meno appariscenti ma altrettanto incisive come l’esclusione sistematica, la derisione “leggera”, ma ricorrente, le imitazioni, gli sguardi, la reputazione minata. Queste condotte rientrano spesso nelle aggressioni relazionali, che colpiscono legami, status e appartenenza (non il corpo). La letteratura su “relational aggression” descrive bene come l’attacco possa avvenire attraverso il gruppo e le relazioni
Un punto utile (e poco banale): secondo Olweus i tre criteri classici includono intenzionalità, squilibrio di potere e (di solito) ripetizione, ma la ripetizione non sempre è un requisito “ssoluto per riconoscere la gravità di un episodio (un singolo evento può essere devastante).
“Scherzo” vs “bullismo”: 6 domande cliniche per distinguerli
- È desiderato?
- C’è reciprocità?
- C’è squilibrio di potere?
- Si ripete o tende a ripetersi?
- Che funzione ha davanti al pubblico?
- Che effetto produce?
La differenza tra scherzo e violenza non sta nella creatività della battuta, ma nella relazione di potere e nel danno. Quando c’è squilibrio, ripetizione (o alta probabilità di ripetersi), e un impatto concreto su sicurezza e partecipazione, stiamo parlando di bullismo o di molestie, spesso “in abiti civili”. È utile sapere che alcune condotte, se reiterate o particolarmente invasive, possono entrare in aree tutelate dalla legge.
Bibliografia
- Andersson, L. M., & Pearson, C. M. (1999). Tit for Tat? The Spiraling Effect of Incivility in the Workplace.
- Bishop-Mills, C., & colleghi. (2009). The Good, the Bad, and the Borderline: Separating Teasing from Bullying.
- Centers for Disease Control and Prevention. (n.d.). Bullying: About bullying (definizione).
- Consiglio d’Europa. (n.d.). Bullying (Children’s Rights).
- Crick, N. R., & Grotpeter, J. K. (1995). Relational aggression, gender, and social-psychological adjustment.
- Krug, E. G., Dahlberg, L. L., Mercy, J. A., Zwi, A. B., & Lozano, R. (Eds.). (2002). World report on violence and health. World Health Organization.
- Olweus, D. (2013). (Criteri di definizione del bullismo e discussione).
- StopBullying.gov. (n.d.). What is bullying?
- UNESCO. (2023). Defining school bullying and its implications.
- World Health Organization (WHO). (n.d.). Violence (definizione).

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