Uscire dal ciclo dell’iper-performance e ritrovare l’equilibrio

Viviamo in contesti in cui essere efficienti, disponibili e performanti sembra quasi un dovere permanente. L’impegno, di per sé, non è un problema, infatti può essere una risorsa preziosa, capace di dare senso, direzione e soddisfazione. La difficoltà nasce quando il valore personale comincia a dipendere esclusivamente da quanto produciamo, da quanto resistiamo e da quanto riusciamo a fare senza fermarci.

Il ciclo dell’iper-performance inizia in modo quasi invisibile. La persona è affidabile, competente, motivata, riceve apprezzamenti, ma poco alla volta lo standard si alza: non basta più fare bene, bisogna fare tutto bene, subito e senza errori. Il riposo viene vissuto come una perdita di tempo, il limite come un fallimento, la pausa come qualcosa da meritare.

La ricerca sul perfezionismo mostra che le preoccupazioni perfezionistiche (paura di sbagliare, timore del giudizio e autocritica rigida) sono più fortemente associate al disagio psicologico rispetto al semplice porsi obiettivi alti.

Ecco un esempio: una professionista riceve un complimento per la precisione con cui segue i clienti e, invece di sentirsi rassicurata, conclude che da quel momento dovrà essere sempre impeccabile; inizia a controllare ogni mail più volte, a rispondere anche la sera, a rimandare il riposo. All’esterno appare efficiente, in realtà cresce una tensione continua.

Il costo nascosto

Quando la mente resta a lungo in modalità di allerta, il problema non è solo la stanchezza soggettiva. La letteratura descrive questo accumulo come carico allostatico, cioè il costo biologico dell’adattamento prolungato allo stress. In altre parole: il corpo riesce ad affrontare le richieste, ma pagandone il prezzo nel tempo. Studi recenti associano livelli più alti di carico allostatico a esiti peggiori sul piano della salute e del funzionamento psicologico.

Sul piano psicologico, quando il recupero non basta più, possono comparire i segni tipici del burnout: esaurimento, maggiore distanza mentale dal lavoro e una sensazione crescente di ridotta efficacia.

Il punto delicato è che, in questa fase, molte persone si sforzano ancora di più, quindi provano a compensare il calo di energia con ulteriore controllo ed è così che il problema si rafforza.

Ritrovare l’equilibrio

Ritrovare l’equilibrio non significa abbassare il proprio valore o smettere di essere responsabili., ma imparare a distinguere tra impegno sano e iper-identificazione con la performance. Innanzitutto è necessario riconoscere che il proprio valore non coincide con il rendimento del giorno, quindi una persona può essere seria, competente e affidabile anche senza funzionare sempre al massimo.

Un secondo passo riguarda il recupero. La ricerca dimostra che il distacco psicologico dal lavoro durante il tempo libero è importante per il benessere, e che proprio quando lo stress è alto diventa più difficile riuscirci.

In pratica, questo significa definire i confini di reperibilità, chiudere i compiti in modo sufficientemente buono invece che perfetto, inserire pause vere, riconoscere i segnali di saturazione e chiedere supporto quando lo sforzo sta diventando una modalità fissa di sopravvivenza. Nei casi in cui ansia, insonnia, irritabilità, esaurimento o senso di fallimento persistano, confrontarsi con uno psicologo può aiutare a interrompere il ciclo prima che diventi ancora più rigido.

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Sara El Matouk

Psicologa clinica, Criminologa e Terapista ABA