Perdere, aspettare e sbagliare: come il gioco può sostenere la tolleranza alla frustrazione nei bambini

Durante un gioco può accadere che un bambino perda una partita, debba aspettare il proprio turno, non riesca a completare un puzzle o veda crollare una costruzione alla quale ha lavorato a lungo. Per un adulto questi eventi possono apparire piccoli e facilmente gestibili, per un bambino, invece, possono rappresentare esperienze emotivamente intense. La frustrazione emerge proprio quando il raggiungimento di un obiettivo viene ostacolato: il bambino voleva vincere, completare un’attività, ottenere immediatamente qualcosa oppure dimostrare di essere capace, ma incontra un limite.

Il gioco può rappresentare un contesto particolarmente favorevole per lo sviluppo della tolleranza alla frustrazione.

Nel linguaggio quotidiano si tende a descrivere un bambino come “poco tollerante”, “impaziente” o “incapace di perdere”. La ricerca invita a considerare questi aspetti come il risultato dell’interazione tra più fattori: età, temperamento, maturazione cognitiva, competenze linguistiche, capacità di regolazione emotiva, qualità del sonno, livello di stanchezza, contesto familiare, caratteristiche dell’attività e comportamento degli adulti presenti. Un bambino può gestire bene una sconfitta in un momento tranquillo e reagire intensamente alla stessa esperienza quando è stanco, affamato, sovrastimolato o preoccupato.

La regolazione emotiva si sviluppa gradualmente. Nei primi anni di vita il bambino dipende in larga misura dall’adulto per ritrovare la calma. Con la crescita acquisisce un repertorio più ampio di strategie, ma questo passaggio dalla regolazione prevalentemente esterna a una maggiore autoregolazione non avviene in modo improvviso né lineare.

Il gioco

Il gioco introduce obiettivi, regole, imprevisti e conseguenze, ma lo fa all’interno di uno spazio reversibile. Una partita può essere ripetuta, una torre può essere ricostruita e una strategia può essere modificata: questa caratteristica rende l’esperienza frustrante sufficientemente reale da attivare emozioni autentiche, ma solitamente abbastanza sicura da poter essere affrontata senza conseguenze gravi. Il bambino può quindi sperimentare una sorta di “laboratorio” della regolazione: qualcosa non va come previsto, compare un’emozione spiacevole e si presenta la possibilità di scegliere come rispondere.

Il gioco, inoltre, favorisce linguaggio, problem solving, interazione sociale e apprendimento delle regole. È però necessario evitare una conclusione troppo semplice. Non abbiamo prove per affermare che qualsiasi gioco, praticato in qualsiasi modo, aumenti direttamente e stabilmente la tolleranza alla frustrazione; il possibile beneficio dipende da come l’attività è strutturata, dal livello di difficoltà, dalle reazioni dell’adulto e dalla possibilità effettiva di esercitare strategie di autoregolazione.

Un gioco nel quale il bambino viene umiliato, corretto continuamente o lasciato solo durante un’attivazione eccessiva può rinforzare evitamento e paura dell’errore. La stessa attività, proposta in un contesto supportivo e adeguato alle sue capacità, può invece diventare un’occasione di apprendimento.

Quali frustrazioni sperimenta il bambino?

Attesa

Aspettare il proprio turno è una delle prime forme di frustrazione che emergono nel gioco condiviso: il bambino vede l’azione desiderata, sa che potrebbe compierla e deve tuttavia sospenderla fino al momento stabilito.

Occorre mantenere l’attenzione sulla partita, ricordare l’ordine dei turni, controllare l’impulso a intervenire e tollerare temporaneamente l’assenza di una gratificazione immediata. Nei bambini piccoli queste competenze sono ancora fragili. Lunghe attese, partite lente o regole troppo numerose possono superare rapidamente le loro capacità di regolazione.

Il gioco può rendere l’attesa più accessibile quando i turni sono brevi, prevedibili e visibili, infatti un bambino che inizialmente riesce ad aspettare pochi secondi può gradualmente affrontare tempi più lunghi. La difficoltà deve però aumentare con gradualità: l’obiettivo non è dimostrare quanto il bambino sappia resistere, ma offrirgli esperienze ripetute di attesa gestibile. L’adulto può sostenere questo processo rendendo esplicito ciò che sta accadendo: “Ora tocca a me, poi viene il tuo turno”.

Sconfitta

La sconfitta è emotivamente complessa perché può essere interpretata in modi diversi. Per alcuni bambini significa semplicemente che l’altra persona ha vinto, per altri può assumere un significato globale: “Non sono capace”, “sono peggiore degli altri” oppure “se perdo, gli altri rideranno di me”.

La reazione dipende quindi non soltanto dall’esito della partita, ma anche dall’interpretazione attribuita a quell’esito. Quando il risultato viene trasformato in un giudizio sull’intero valore personale, la frustrazione tende ad aumentare: il bambino non sta più affrontando semplicemente una partita persa, ma una minaccia alla propria percezione di competenza.

Il gioco offre la possibilità di costruire interpretazioni più flessibili, purché l’adulto non neghi la delusione. Dire “non è successo niente” può essere vissuto come poco credibile: per il bambino qualcosa è effettivamente successo e quel qualcosa lo ha fatto stare male. È più utile riconoscere l’esperienza: “Volevi molto vincere e sei deluso.”

Validare non significa approvare qualsiasi comportamento. Si può riconoscere la rabbia e contemporaneamente mantenere il limite: “Capisco che sei arrabbiato. Le carte, però, non si lanciano.”

In questo modo il bambino riceve due messaggi importanti: l’emozione è comprensibile, mentre il comportamento resta regolato da confini condivisi.

Lasciare vincere intenzionalmente un bambino non è necessariamente sbagliato. Nei primi anni o durante l’apprendimento di un gioco può sostenere il coinvolgimento, la comprensione delle regole e la percezione di competenza. Il problema emerge quando il bambino sperimenta esclusivamente vittorie costruite dall’adulto o, all’estremo opposto, un atteggiamento rigidamente competitivo con l’idea che il bambino debba “abituarsi alla vita”.

È preferibile creare una sfida proporzionata. L’adulto può scegliere giochi nei quali il caso abbia un certo ruolo, semplificare alcune regole, offrire suggerimenti o utilizzare modalità cooperative. Può giocare seriamente senza cercare di dominare il bambino e senza falsificare continuamente il risultato.

Errore

Sbagliare durante il gioco significa ricevere un’informazione: quella strategia, in quelle condizioni, non ha prodotto l’esito previsto. Perché questa informazione diventi apprendimento, tuttavia, il bambino deve riuscire a restare sufficientemente coinvolto.

Se l’errore attiva vergogna, paura del giudizio o un’eccessiva frustrazione, l’attenzione si sposta dalla soluzione del problema alla protezione di sé, il bambino può tentare di nascondere l’errore, accusare qualcun altro, rifiutare il compito o dichiarare che non gli interessa, per questo, ripetere “dagli errori si impara” ha poco valore se il contesto comunica che sbagliare è inaccettabile.

L’atteggiamento dell’adulto può modificare il significato attribuito all’errore. Invece di chiedere “Perché hai sbagliato?”, si può chiedere “Quale parte ha funzionato?”, “Che cosa potresti cambiare nel prossimo tentativo?”. Queste domande spostano l’attenzione dal giudizio alla strategia. Il bambino viene invitato a osservare il processo, non a difendere il proprio valore.

Giochi competitivi e giochi cooperativi

I giochi competitivi espongono direttamente alla possibilità di vincere o perdere. Possono quindi offrire occasioni importanti per esercitare la gestione della sconfitta, il rispetto dell’avversario e il controllo delle reazioni impulsive.

Non sono però l’unico strumento disponibile.

Nei giochi cooperativi i partecipanti condividono un obiettivo e devono coordinarsi per raggiungerlo. La frustrazione non scompare: il gruppo può comunque fallire, incontrare ostacoli o dover modificare il piano, cambia, però, la struttura sociale dell’esperienza. Il bambino non affronta un altro giocatore come avversario, ma collabora con lui contro una difficoltà comune.

Questa modalità può essere particolarmente utile quando la competizione attiva reazioni molto intense oppure quando si vogliono esercitare comunicazione, negoziazione e problem solving condiviso. L’alternanza tra giochi competitivi, cooperativi, di abilità e basati sul caso permette di incontrare forme differenti di incertezza e frustrazione.

Nei giochi basati prevalentemente sul caso, ad esempio, l’esito dipende meno dalla competenza personale. Questo può ridurre la minaccia al senso di capacità, anche se alcuni bambini possono comunque arrabbiarsi per la percezione di “sfortuna”.

Nei giochi di strategia il bambino ha maggiore possibilità di incidere sul risultato, ma deve accettare che una scelta possa non funzionare. Nessuna tipologia è universalmente migliore: occorre osservare quale livello di sfida è sostenibile per quel bambino.

Quando la reazione merita maggiore attenzione

La difficoltà a perdere o aspettare è comune in età evolutiva. Diventa opportuno approfondire quando le reazioni sono molto frequenti, particolarmente intense, durano a lungo oppure interferiscono significativamente con le relazioni e la partecipazione alle attività.

Alcuni segnali possono essere:

  • il bambino evita sistematicamente tutti i giochi nei quali potrebbe sbagliare;
  • le sconfitte provocano aggressività verso sé stesso, gli altri o gli oggetti;
  • ogni errore viene vissuto come prova di incapacità;
  • la difficoltà si manifesta in numerosi contesti, non soltanto nel gioco;
  • l’attivazione richiede tempi molto lunghi per ridursi;
  • la famiglia rinuncia a molte attività per evitare le reazioni del bambino;
  • sono presenti ulteriori difficoltà attentive, emotive, scolastiche o sociali.

Questi segnali non indicano automaticamente una diagnosi. Suggeriscono però che potrebbe essere utile una valutazione professionale, capace di considerare sviluppo, contesto, funzionamento cognitivo e regolazione emotiva.

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Sara El Matouk

Psicologa clinica, Criminologa e Terapista ABA